Abbigliamento

Molti capi di abbigliamento, accessori e prodotti per l’arredamento provengono dallo sfruttamento e dalla violenza sugli animali fino ad arrivare a vere e proprie torture inutili.
Per diventare SHINT inizia dall’abbigliamento e dagli accessori, imparerai in poco tempo a distinguere i prodotti provenienti dallo sfruttamento.

cane

Quando trovi un capo in cui è inserita un’etichetta con descrizione ambigua, lascia il prodotto o chiedi spiegazioni ai negozianti.
Ricorda che le aziende giocano sull’ambiguità e più gente chiede chiarezza, maggiore possibilità abbiamo di ottenerla. Non acquistare capi in pelle, pelliccia, angora e piume d’oca.

Gatto

Anche in molti articoli per l’arredamento della casa puoi trovare prodotti contenenti materiale di origine animale.
Ricorda che la legge obbliga le aziende a scrivere nell’etichetta “CONTIENE PARTI NON TESSILI DI ORIGINE ANIMALE” (Regolamento CE 1007/2011 http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2011:272:0001:0064:IT:PDF); se trovi un capo confezionato con pelle, pelliccia o piume d’oca in cui non è indicata la dicitura, segnalaci la casa o il negozio.

poltrona

Pellicce: soprattutto nel periodo invernale le aziende propongono articoli contenenti inserti in pelliccia come pon pon, colli di giacche, polsini per guanti, bordi per stivali o scarpe, inserti per borse, portachiavi, ecc.

portachiaviMolti di questi prodotti sono inseriti in commercio a basso prezzo. Il pensiero comune pone un’immediata corrispondenza tra basso costo e pelliccia sintetica; molta gente ignora che proprio il costo determina un certo tipo di provenienza di un determinato inserto di pelliccia, cioè da allevamenti in cui non vige alcuna legge o regolamentazione che tuteli gli animali che vi sono rinchiusi. Spesso provengono dall’Europa dell’Est o dall’Asia e sono riconoscibili, laddove sia in evidenza, attraverso un’etichettatura che descrive il tipo di animale con nomi ambigui come descritto nel video youtube SHINT (https://www.youtube.com/watch?v=Q0D6gt3Vb9Uanelli)

Un altro errore è credere che i piccoli inserti possano essere i residui o gli scarti di pellicce utilizzate per intero come zampe, testa o coda.

etichettaGli animali più utilizzati per gli inserti di pelliccia sono: coyote, procione, volpe, cane (ad esclusione del canis lupus familiaris) e gatto (ad esclusione del felis silvestris) (Legge 189/2004 art. 2 http://www.camera.it/parlam/leggi/04189l.htm ).

Nonostante le buone intenzioni della normativa, noi di SHINT riteniamo che gli animali debbano essere tutti difesi, e che le leggi emanate per rispettare il solo sentimento pubblico non sono leggi a tutela degli animali. Il divieto della commercializzazione di canis lupus familiaris e di felis silvestris (entrambi domestici) se da un lato volpeprotegge almeno due derivazioni delle specie canide e felis, risolve solo una questione etica e morale del sentimento della popolazione occidentale che non indosserebbe il cane o il gatto di casa ma, di contro, induce ad una discriminazione specista non adeguata alla modernità e alla cultura.

Occorre sottolineare che alcune pellicce non provenienti da allevamenti sono ricavate da animali catturati in modo cruento e lasciati agonizzare per ore. (Regolamento CEE 3254/1991 http://www.giuri.unipd.it/conferences/FOV2-0001FE8A/FOV2-0001FE8C/Testi_Normativi/legicom_docs/regime_importazione/3254-91.pdf; IAHTS International Agreements on Humane Trapping Standards).

RICONOSCERE UNA PELLICCIA VERA DA UNA SINTETICA

riconoscere pelliccia

Pelle: la giustificazione principale per la commercializzazione dei capi di abbigliamento in pelle è la provenienza della materia prima dall’industria zootecnica. In sintesi si vuole far passare il messaggio che dell’animale ucciso per motivi alimentari si sfrutta ogni sua parte. Questo modo di passare l’informazione distoglie l’attenzione dal ciclo produttivo della zootecnia, sia in termini di utilità che dei procedimenti utilizzati negli allevamenti e nei mattatoi. Anche se la grande percentuale dei prodotti in pelle trae origine dalla macellazione, occorre sottolineare che il trattamento che ricevono gli animali negli allevamenti non è assolutamente consono ai bisogni etologici e fisiologici di ogni specie. Inoltre l’utilizzo di pelle nell’abbigliamento può essere sostituito con materiali sintetici. Il consumo di prodotti in pelle non fa altro che aumentare la richiesta di prodotti di origine animale, al quale l’uomo tecnologico può facilmente ovviare, aumentando e legittimando sofferenza e morte. L’attenzione, quindi, non deve essere posta alla provenienza industriale della pelle ma alla consapevolezza che qualsiasi capo in pelle deriva da sofferenza e morte certa.

Il mercato attuale di capi di abbigliamento offre una gamma ampia di prodotti privi di qualsiasi derivato animale, comprese scarpe, borse, cinture, portafogli, ecc.

Anche per i prodotti in pelle o contenenti parti in pelle vige la stessa regolamentazione dell’utilizzo delle pellicce: l’obbligo di riportare sulle etichette la dicitura “CONTIENE PARTI NON TESSILI DI ORIGINE ANIMALE” (Regolamento CE 1007/11).

Industria conciaria: noi di SHINT, quando parliamo di rispetto, non ci limitiamo alla tutela degli animali ma estendiamo tale principio anche all’ambiente e all’uomo che di esso ne fa parte. Spesso lo sfruttamento degli animali è strettamente correlato a quello ambientale e all’inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria e ciò non giustifica in alcun modo la necessità del prodotto finale. Nel caso specifico del pellame che utilizziamo nell’abbigliamento, negli articoli da corredo, negli accessori ed in tutti quei prodotti di uso quotidiano, il trattamento che consente alla pelle animale di non putrefarsi, di adattarsi a molteplici lavorazioni, di presentarsi al mercato con vari colori, insomma, di renderla commercializzabile, necessita dell’utilizzo di sostanze altamente inquinanti e di impianti sofisticati di smaltimento dei rifiuti tossici.

Per ovviare ogni tipo di fraintendimento proponiamo per intero il testo pubblicato su ARPAV al fine di spiegare il dispendio di energie, di sostanze tossiche, di inquinanti ed altro, per un prodotto facilmente sostituibile con materiali che, se pur sintetici, presentano un impatto ambientale inferiore per la loro lavorazione.

L’impatto ambientale dell’industria conciaria è riconducibile principalmente alla produzione di acque reflue, fanghi, altri rifiuti, conciati e non. I principali prodotti chimici inorganici utilizzati nel processo di concia sono costituiti da sali di cromo (solfati basici di cromo), calce idrata, solfuro di sodio, cloruro di sodio denaturato, nonché, in quantità minore, pigmenti, sali di alluminio e zirconio, solfidrato di sodio, solfato e cloruro di ammonio, acidi cloridrico e solforico, carbonato e bicarbonato di sodio, solfato di magnesio, solfito, bisolfito, caolino ecc. I principali prodotti organici di sintesi impiegati nel processo di concia sono le resine impiegate per la rifinitura (acriliche, uretaniche, butadieniche, viniliche e stiroliche), i coloranti, gli emulsionanti e gli imbibenti, i tannini sintetici o sîntani. Spesso i reagenti commercializzati per la concia sono sottoprodotti di altre lavorazioni. I prodotti organici naturali utilizzati nel processo di concia sono principalmente estratti tannici, oli e grassi (ingrassanti), enzimi. Gli effluenti conciari contengono inquinanti, sia di origine organica, sia inorganica. I primi derivano dai prodotti organici di degradazione della pelle grezza (epidermide, grassi, proteine) o sono residui dei prodotti organici impiegati nel processo; i secondi dagli additivi chimici usati nelle diverse fasi del ciclo produttivo. Il conseguimento dei limiti di legge allo scarico per le acque di conceria risulta particolarmente problematico per la salinità globale (cloruri e solfati) e per una frazione di COD resistente alla biodegradazione. Gli inquinanti presenti negli effluenti e non degradati nel corso del trattamento di depurazione, si ritrovano nei fanghi di risulta (che, ad esempio, nel caso della concia al Cr contengono dallo 0,5 al 5% sulla sostanza secca di Cr III).Le lavorazioni conciarie determinano, inoltre, emissioni in atmosfera, sia volatili, sia di particolati. Il tipo e la quantità di tali emissioni, dipendono in larga misura dallo specifico ciclo di lavorazione e dal materiale di partenza utilizzato (pelli grezze o semilavorate). I punti critici del ciclo di lavorazione sono costituiti dalle fasi di calcinazione, rifinitura e tintura. Nella fase di calcinazione viene utilizzato il solfuro di sodio che può sviluppare, nelle fasi immediatamente successive, idrogeno solforato in conseguenza del progressivo abbassamento del pH dei bagni. Nelle fasi di rifinitura e tintura i principali problemi riguardano le sostanze volatili inorganiche e organiche, le polveri, i solventi organici, l’ammoniaca, l’SO2 e l’acido formico. Da alcuni anni, per le tecnologie di rifinitura di alcune tipologie di pellame, viene utilizzato il sistema a rullo in luogo del tradizionale processo di rifinitura a spruzzo, con notevoli vantaggi dal punto di vista ambientale. Per quanto riguarda i prodotti si sono sperimentate rifiniture con resine poliuretan-poliacriliche fissate con UV, la sostituzione dei pigmenti a base metallica (Cr, Co, Cd) e la sostituzione di solventi con preparati a base acquosa o con una base costituita da solventi meno nocivi.

Tipologie di rifiuti prodotti

La lavorazione delle pelli dà luogo a una produzione di rifiuto pari a oltre il 50% in peso della materia prima lavorata, oltre ai fanghi derivanti dalla depurazione degli effluenti.

Dal settore conciario originano le seguenti tipologie di rifiuti e reflui:

- carnicci e altri materiali organici prodotti nelle fasi di  preparazione alla concia;

- scarti e cascami post concia;

- acque di scarico destinate a trattamento che generano fanghi;

- rifiuti solidi da attività non industriali (uffici, mense ecc.);

- oli esausti;

- residui chimici;

- rifiuti diversi da trattamento di aria e acque.

La produzione di fanghi costituisce un flusso di rifiuto soltanto per le aziende che sono dotate di autonomi impianti di depurazione. A questo proposito si deve rilevare che circa l’85% delle aziende conciarie invia i propri reflui a impianti di depurazione consortili e pertanto, in tal caso, le industrie conciarie non generano direttamente fanghi, ma acque di scarico collettate al trattamento depurativo attraverso il sistema fognario. Il carniccio e i rifiuti di calcinazione costituiscono lo stesso tipo di rifiuto: si tratta di residui eliminati meccanicamente dalle pelli dopo trattamento con calce e solfuro. I bagni di sgrassatura esausti contenenti solventi senza fase liquida sono classificabili come rifiuti pericolosi. Derivano dal residuo di grasso, contenente solventi, originato dal trattamento con solventi in macchina a sgrassare (con recupero del solvente). Il liquido esausto di concia contenente cromo può essere trattato in un’azienda che effettua il recupero del sale di cromo da riutilizzare in conceria, o essere avviato, unitamente ai reflui di altri reparti di conceria, agli impianti di depurazione. Il liquido di concia non contenente cromo, da riferire ai bagni di concia al vegetale, viene riutilizzato più volte nell’ambito del ciclo e, infine, inviato all’impianto di depurazione. I fanghi contenenti cromo e i fanghi non contenenti cromo originano dai trattamenti di depurazione delle acque reflue conciarie e sono, ad oggi, destinati prevalentemente alla discarica. Cuoio conciato, scarti, cascami, ritagli, polveri di lucidatura contenenti cromo comprendono la rasatura ed i ritagli conciati, residui originati da trattamenti meccanici della pelle conciata finalizzati a renderne omogeneo lo spessore e ad eliminare da essa parti periferiche non utilizzabili nella produzione di manufatti. Per quanto riguarda le polveri di lucidatura, si tratta dei residui della smerigliatura, operazione meccanica effettuata per eliminare eventuali difetti presenti sulla superficie della pelle. Cascami e ritagli da operazioni di confezionamento e finitura sono costituiti dai residui originati dall’utilizzo delle pelli nella produzione di manufatti come parti eccedenti e nella loro finitura. Tra i rifiuti non considerati esplicitamente nel CER si possono annoverare i ritagli da pelli grezze e da piclato.

http://www.arpa.veneto.it/temi-ambientali/rifiuti/rifiuti-speciali/particolari-categorie-di-rifiuto/rifiuti-speciali-la-produzione-settore-conciario                                                                                                                                             (ARPAV)

Il trattamento conciario è pressoché simile in tutto il mondo, la differenza si rileva nella normativa pelli industrialicon cui ogni Stato regolamenta le industrie conciarie nella parte relativa allo smaltimento dei rifiuti. Il principio per cui le multinazionali cercano il maggior vantaggio economico per la commercializzazione dei loro prodotti, vige anche nel settore della pelle, per cui la preferenza dell’acquisto ricade su prodotti di importazione da aree geografiche non regolamentate nell’ambito dello smaltimento e, spesso, dei diritti umani sul lavoro.

La lavorazione della pelle e delle pellicce attraverso il procescolloso conciario, se non effettuata adeguatamente può lasciare residui tossici che, a contatto con la l’epidermide umana, può scatenare reazioni allergiche se non veri e propri avvelenamenti.

Piume: molti capi di abbigliamento invernali e prodotti da corredo presentano una imbottitura di piume d’oca o di anatra. A differenza della pelliccia che necessita per la sua lavorazione della cute in cui è inserita, quindi dell’inevitabile morte dell’animale, le piume vengono strappate all’animale vivo in quanto, lo stesso animale, nel corso della sua vita, riproduce più volte il piumaggio.

ocheCiò significa che anatre ed oche destinate alla produzione di piume sono sottoposte ad una sofferenza atroce durante la loro vita, soggette a lesioni cutanee gravi e spesso non sopravvivono alla tortura. Noi di SHINT ci teniamo a ricordare che ogni essere vivente, dotato di un sistema nervoso centrale, possiede i recettori del dolore e pur non conoscendone il grado di tolleranza di ogni singolo individuo di ogni specie, riteniamo disumana ogni azione che possa causare dolore ad altri esseri viventi soprattutto quando è evitabile.

Si crede che le piume fungano da isolante dal freddo ma ciò è vero solo se rimangono sull’animale. La natura ha dotato gli animali di tale accessorio affinché essi stessi ne traggano vantaggio e il trattamento che subiscono le piume prima di diventare una imbottitura, toglie loro tutte le funzioni per cui la natura le ha create.

L’articolo 3 della direttiva 98/58/CE del Consiglio del 20 luglio 1998 (http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/01146dl.htm) richiede che “Gli Stati membri provvedano affinché i proprietari o i guardiani adottino le misure adeguate per garantire il benessere dei propri animali e per far sì che a detti animali non vengano provocati dolori, sofferenze o lesioni inutili”. Inoltre la raccomandazione del Comitato permanente della convenzione europea sulla protezione degli animali negli allevamenti del Consiglio d’Europa sulle oche domestiche, adottata nel 1999, che è parte integrante della legislazione dell’UE, prescrive che le piume, compreso il piumino, non vengano estirpate da animali vivi.

Anche per il caso delle piume d’oca la legislazione vieta ogni tipo di violenza sugli animali ma, la maggior parte delle piume destinate all’imbottitura di capi di abbigliamento o di prodotti da corredo, proviene da allevamenti situati in aree geografiche in cui le normative sulla tutela degli animali negli allevamenti è inesistente o carente. E’ chiaro che le multinazionali preferiscono acquistare a basso costo la materia prima in quegli Stati in cui un solo animale produce le piume per più volte nell’arco della sua vita piuttosto che rispettarne il ciclo vitale ed attendere la morte per l’estirpazione. Noi di SHINT riteniamo che la responsabilità da attribuire a queste multinazionali termini laddove inizia quella individuale del consumatore che continua ad acquistare prodotti creati attraverso la sofferenza.

 Angora: molti capi di abbigliamento sono confezionati con la lana prodotta utilizzando il pelo di

conigliouna particolare razza di conigli bianchi: gli Angora. Esistono due modi per togliere il pelo ai conigli in modo indolore: la pettinatura e la tosatura. Purtroppo questi procedimenti oltre a richiedere tempi lunghi forniscono un pelo privo della parte più resistente per la lavorazione e di qualità inferiore. Per ovviare a questi inconvenienti, gli allevatori asiatici – maggiori esportatori di lana d’angora – hanno ritenuto opportuno praticare un’altra tecnica: strappare il pelo a ciocche ai conigli vivi.

Come per gli altri prodotti di origine animale il maggiore esportatore di lana d’angora è l’Asia dove le leggi a tutela degli animali e dell’ambiente sono carenti.

 

Lana: la tosatura della pecora per la produzione della lana dovrebbe essere una pratica a beneficio dell’animale che, altrimenti, soffrirebbe di problemi cutanei e sistemici. Il principio fondamentale per noi di SHINT è che qualunque azione possa fare l’uomo sugli animali deve tenere conto del rispetto ad esso dovuto e, benché la tosatura possa essere una tecnica a vantaggio della pecora, molto probabilmente la vita negli allevamenti non possiede alcunché di rispettoso.

Nel dubbio sulla provenienza della lana nei capi di abbigliamento sarebbe meglio indossare nei mesi freddi strati di indumenti di cotone. Particolari lavorazioni del cotone hanno proprietà termiche superiori a quelle della lana.

Quando parliamo di pellicce, pelle e piume non dobbiamo dimenticare che, oltre alla sofferenza degli animali a all’impatto ambientale delle lavorazioni, vi è un altro fattore che incide sull’ecosistema: ogni animale vive la sua breve vita negli allevamenti. Ogni animale, che sia una mucca, un visone, un coyote o un’oca durante la permanenza nell’allevamento assolve alle sue funzioni fisiologiche, quindi si nutre e produce deiezioni.

Indossare un capo che contiene parti animali significa anche contribuire a sottrarre cibo bimboall’essere umano! Se si pensa a quante tonnellate di cibo occorrono per nutrire tutti gli animali da allevamento per la produzione di capi di abbigliamento o accessori forse ci si renderebbe conto che la denutrizione di molti bambini in alcune aree geografiche non è altro che un falso problema se non, addirittura, un problema voluto dalle multinazionali.diagramma

Il cibo destinato agli animali da allevamento non sempre è un sottoprodotto del nostro cibo, ad esempio il mais rappresenta la componente maggiore dei mangimi ed il mais è un alimento commestibile anche per i bambini. Chi indossa capi in pelle, pelliccia o piume è responsabile, non solo della tortura che gli animali hanno subito ma anche della sottrazione di cibo ad un ampio numero di persone! Stessa cosa vale per l’acqua utilizzata per dissetare gli animali da allevamento.

E’ paradossale constatare che molta gente, apparentemente generosa, destina somme di denaro per la fame nel mondo e, allo stesso tempo non pone attenzione alle scelte di vita quotidiana che potrebbero ridurre lo spreco delle risorse. La produzione di prodotti di derivazione animale – compresi quelli destinati all’alimentazione – sta aumentando in molti paesi extraeuropei e la inevitabile conseguenza è l’aumento della fame, delle guerre e delle rivolte.

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